Esperimenti e pasticci

Quinto manufatto della serie “i tronchi” della cascina Tubi, Paciugo è stato lampada al primo sguardo.

Lampada senza ombra di dubbio e per di più a posizione fissa, in barba e in deroga al mio chiodo fisso per gli oggetti mutevoli. Giusto per scrupolo ho controllato. Ecco, lo sapevo. Il tronco aveva già provveduto in autonomia a dotarsi di apposito foro, proprio al centro del midollo, in cui inserire un perno di ancoraggio alla base. Stavolta si fa una lampada normale.
Anche dopo lo scortecciamento Paciugo ha confermato di essere un tipo “tutto d’un pezzo”. Non solo lampada senza discussioni o tentennamenti ma anche niente venature, fessure, inclusioni… insomma… bianco, liscio e senza alcuna caratteristica veramente degna di nota. Ammetto di essere rimasta un po’ delusa da questa iniziale assenza di sorprese. Tubi mi ha suggerito di farne un tronco da camino.

Ma perché un tronco dovrebbe essere ridotto in cenere solo perché, con tutta la sua onestà, rivela di essere un po’ banale, poco avventuroso e privo di fantasia?
Se un tronco ti chiede di adottarlo devi solo dargli retta. Sicuramente ti ricompenserà in un modo tutto suo per la fiducia accordata, regalandoti oltre alla sua bellezza anche occasioni ed esperienze.
Così è stato anche con Paciugo che, oltre ad essere diventato la mia prima lampada tradizionale “a stelo”, ha dimostrato anche di essere uno magnifico laboratorio per le mie sperimentazioni che, in quanto tali, hanno generato una lunga serie di paciughi: con lui ho impiegato tecniche che non avevo mai utilizzato prima e Paciugo ha sopportato tutto con pazienza e stoicismo per cui gli sono enormemente grata.
Esperimento 1: un tronco tatuato
Se Paciugo è diventato una lampada tatuata è stata colpa del Natale, perché proprio a Natale è capitato che:
- ho ricevuto in regalo un pirografo, arnese utilizzato forse ai tempi delle elementari e poi mai più
- ho chiacchierato di tatuaggi col mio nipote grande cercando di dissuaderlo dagli eccessi (avevo fatto il grave errore di regalargli il primo e lui ha provveduto, in un tempo a mio parere troppo breve, ad aggiungerne altri 3 o 4). Mi ha spiegato in lungo e in largo il perché e il percome un tatuaggio tira l’altro. Sul momento non ho capito. Dopo Paciugo… sì.
- ho raccolto qualche informazione sui Maori e mi sono imbattuta nelle magnifiche forme stilizzate e simboliche della loro arte (il tutto solo perché era in corso la scelta della destinazione per l’anno scolastico all’estero del mio figlio maggiore e volevo imparare qualcosa sulla Nuova Zelanda).
- ho chiacchierato di tatuaggi col mio nipote grande cercando di dissuaderlo dagli eccessi (avevo fatto il grave errore di regalargli il primo e lui ha provveduto, in un tempo a mio parere troppo breve, ad aggiungerne altri 3 o 4). Mi ha spiegato in lungo e in largo il perché e il percome un tatuaggio tira l’altro. Sul momento non ho capito. Dopo Paciugo… sì.
Dall’unione di queste tre contingenze è nata l’idea di imparare a utilizzare il pirografo tatuando forme in finto Maori sul mio tronco bianco latte. Ho iniziato naturalmente con il soggetto che mi intrigava di più e che, col senno di poi, considero il più difficile: una testuggine, che per i Maori simboleggia protezione, famiglia ecc … Il tutto a mano libera e con uno schema improvvisato a matita direttamente sul tronco perché avevo troppa fretta di provare e non volevo perdere tempo a preparare bozze. Il risultato mi è piaciuto e, dato che ormai avevo rotto il ghiaccio, mi sono auto sfidata con la manta e lo squalo martello per poi lanciarmi in una spirale irrefrenabile di tatuaggi sempre meno maori e sempre più insensati e pasticciati a seguito dei quali è nato il nome “Paciugo”.


Il risultato finale è decisamente discutibile ma non importa perchè:
- prima di tutto Paciugo una sua armonia comunque ce l’ha (se non lo guardi da molto vicino)
- ho utilizzato praticamente tutte le punte del pirografo imparando (più o meno) ad usarlo.
- ho compreso la perorazione della causa dei tatuaggi multipli di mio nipote che effettivamente aveva ragione: uno tira l’altro.
Inoltre Paciugo è piaciuto alla Simo e pure a suo figlio e ha trovato comunque dei proprietari disposti ad accoglierlo e accettarlo così come è nella sua paciugosità.
Esperimento 2: giuntare cavi elettrici con saldatura
A seguito dell’indigestione di tutorial sull’argomento “giunzione di cavi elettrici”, fatta in occasione della mia prima esperienza con Aladino, ho pensato di alzare l’asticella e con Paciugo ho voluto sperimentare, tra le possibili numerose varianti, quella che (per le mie capacità) sembrava la più difficile: la saldatura. Beh… ho avuto modo di verificare che non solo mi sembrava ma veramente era (per me) la più difficile: un vero incubo!
Fortunatamente il cavo scelto per Paciugo era smisuratamente lungo quindi ho potuto sbagliare, tagliare e riprovare parecchie volte.
Non ho mai capito se la testardaggine sia un difetto o un pregio (forse dipende dalle situazioni) quello che è certo è che io ne sono abbondantemente dotata: ho insistito, arrabbiandomi per la mia incompetenza, gettando la spugna per poi riprovare, osservando scoraggiata prima le innumerevoli goccioline di stagno che, scivolando via senza fare presa sul nodo di rame, cascavano giù trasformandosi in palline, poi gli orribili e inaccettabili gnocchi metallici che, sì univano i cavi, ma erano esteticamente intollerabili. 
E via così, per almeno un paio d’ore. Ad un certo punto, esasperata, ho cercato di smorzare la tensione con uno spritz che ho quasi immediatamente rovesciato sul lavoro in corso, ma nemmeno questo incidente è riuscito a demolirmi anzi, mi ha fatto infuriare al punto giusto per riuscire a ottenere mezzo centimetro di saldatura quasi ben fatta!

Sì, lo ammetto: dal punto di vista pratico, la creazione di un tale straordinario capolavoro è stata del tutto inutile dato che annodare i cavi come avevo fatto con Aladino sarebbe stato sicuramente più che sufficiente. Il fatto però è del tutto irrilevante perché, grazie alla vittoria in questa sfida, ho beneficiato di un vertiginoso, seppur momentaneo, innalzamento dell’autostima.
Sia come sia, il capolavoro giace ora sotto uno strato di tre guaine termorestringenti (perché me ne erano avanzate 397 dopo Aladino e non mi è sembrato il caso di essere avara nell’utilizzo delle scorte) e anche con Paciugo ho aggiunto, a completamento dell’opera, un amico tappo-bollicine che ormai sembra destinato a diventare un marchio di fabbrica. Nessuno quindi, nemmeno io, potrà più ammirare le mie magnifiche saldature, ma non importa: mi basta sapere che sono lì.


Arrivata a questo punto, dopo avere consultato la destinataria del manufatto, il cui compleanno ormai era imminente, ho provveduto a dotare Paciugo di una banalissima base di legno qualsiasi che, è vero, non gli rendeva onore ma a Simona andava bene così e dal mio punto di vista anche, dato che “il più”, cioè il tronco, era fatto.

Paciugo quindi è stato parcheggiato in taverna per riposare dopo tutti i miei maltrattamenti Nell’immediato però non si sono presentate occasioni propizie alla consegna ed è stata una fortuna perché, dopo qualche giorno, ho notato un sospetto traffico di formichine sul tronco. Con il freddo del giardino di gennaio le piccolette si erano probabilmente addormentate nel tronco ma, nel calduccio di casa si sono risvegliate e hanno iniziato a fare passeggiate fuori dalla tana.
Una provvidenziale visita di Piume delle mie Piume ha permesso di collocare le suddette creature nella casella “formiche del legno” della tassonomia del regno animale. Nooooo.
Piume mi ha suggerito di provare a farle sloggiare con la tecnica dell’inondazione e abbiamo provveduto quindi a sommergere Paciugo nell’acqua della vasca da bagno: sembrava che l’ingegnoso sistema avesse funzionato perché di formiche ne sono uscite centinaia ma Paciugo, essendo di legno, nonostante le plurime zavorre un po’ galleggiava e, evidentemente, nelle gallerie che le formiche avevano scavato al suo interno erano rimaste delle bolle d’aria. Fatto sta che, dopo asciugatura e riposizionamento sulla base, di formiche ce ne erano ancora.

A malincuore, perché a me le formiche sono simpatiche da sempre, ho dovuto ricorrere alla disinfestazione impietosa con antitarlo e soffocamento nel sacco della spazzatura. Mi è dispiaciuto moltissimo.
Per sicurezza poi ho lasciato Paciugo fuori in giardino, in quarantena e sotto stretta osservazione, per evitare che eventuali formiche residue decidessero di andare ad abitare in qualcun altro dei numerosi legni che ho in casa. Eliminato il problema formiche non poteva che presentarsene uno nuovo: il freddo e l’umidità del pieno inverno hanno trasformato la base di “legno qualsiasi” di Paciugo in una barca. Da buttare.
Ecco. Chi è stato a dire: “Dietro ogni problema c’è un’opportunità”?
Dovendo preparare una nuova base ho pensato fosse finalmente arrivato il momento di osare una paciugata che riconcorrevo con la fantasia da mesi senza mai trovare il coraggio (e per l’appunto l’opportunità) di metterla in pratica: resina epossidica!!
Da quando il signor Tubi ha messo mano al restauro della cascina la mia collezione di legni marci si è diversificata arricchendosi di un piccolo tesoretto di tavole super tarlate dei vecchi pavimenti. Bellissime ma, come da efficace descrizione di una vecchia porta fatta una volta dal mio ex capo, trattasi di “buchi di tarli tenuemente tenuti insieme da tracce di legno”.
Tra queste tavole una aveva dimensioni quasi giuste (si sa che non amo tagliare e preferisco lasciare i miei legni così come sono) per diventare la nuova base ma era completamente sbilenca e tarlatissima: ho pensato che racchiudendola in un guscio di resina trasparente la sua bellezza sarebbe rimasta intatta e allo stesso tempo avrei avuto una base degna di tale nome per il mio Paciugo (anzi per il Paciugo di Simona).
Ho dato inizio così (ovviamente) a un corso intensivo sulla resina costituito esclusivamente da tutorials (perché non conosco di persona nessun esperto di resina) e, in parallelo, a una metodica perlustrazione del mercato della resina (che costa parecchio) alla ricerca di quella che facesse al caso mio.
Al termine di adeguata (si fa per dire) formazione teorica e adeguato acquisto ho pensato di essere moderatamente pronta per lanciarmi nella tanto agognata avventura :
- costruire la cassaforma (ho usato anche la sega circolare facendo dei danni fortunatamente solo sul truciolare e non su me stessa. Sicuramente ho ampio margine di miglioramento). Fatto: non so come ma fatto.


- rivestire la cassaforma con adesivo in modo che successivamente sia più semplice estrarre il manufatto. Fatto: facile.


- Verniciare con resina il pezzo di legno per sigillare i pori ad evitare che, quando si farà la colata, l’aria contenuta nel legno fuoriesca formando bolle nella resina. Fatto con grande ingenuità e l’ho capito quando ormai era troppo tardi
- Preparare la colata. Fatto: con ansia ma fatto.
- Fare la colata. E’ stato proprio qui, al punto cruciale, che ho commesso l’errore gravissimo. Avevo una resina con cui poter fare colate fino a 5 centimetri e ho osato farne una unica perché, da gatta frettolosa, avrei voluto consegnare il Paciugo di lì a qualche giorno alla destinataria con cui era fissato da tempo aperitivo di reunion. Non volevo perdere l’occasione dato che ci vediamo proprio raramente e se avessi optato per due o tre colate successive, rispettando i tempi che alla resina servono per solidificare, avrei abbondantemente sforato sui tempi di consegna.
Quindi… via con la bellezza di sette chili di resina tutti in un colpo.
In un primo momento sembrava avere funzionato ma… nel tempo che ho impiegato a riordinare il casino generato coi preparativi … la mia splendida base tarlata ha fatto ciò che qualsiasi altro legno come si deve avrebbe fatto: pian pianino è venuta a galla. Eeeeh, già… il legno non galleggia solo sull’acqua, galleggia anche sulla resina.
Panico, ma per fortuna ho un figlio maestro del pensiero divergente che ha trovato la soluzione in un battito di ciglia (io però ci ho messo comunque quasi un’ora per rispedire e soprattutto tenere ferma la tavola sul fondo della cassaforma)

Il disastro è stato solo “quasi evitato” perché, mentre la resina cominciava a solidificarsi, sono arrivate le bolle.
Già … le bolle. Perché sigillare i pori del legno con una bella verniciata di resina è una cosa, ma tappare ermeticamente i buchi dei tarli e relative gallerie è una cosa diversa. Infatti non ho tappato proprio un bel niente e l’aria è uscita quando ormai la resina era diventata troppo densa per intervenire. Fatto e sbagliato.

- Estrarre il manufatto dalla cassaforma. Fatto. Quasi facile. L’adesivo ha funzionato benissimo ed ecco pronta la mia bella base decorata con le bolle. Non è un problema! E’ un effetto studiato e realizzato appositamente per aggiungere un tocco in più. La resina era super trasparente, sembrava fatta di acqua. Bellissima.







- Levigare i bordi. Gli spigoli del mio mattone di resina e legno erano così affilati da risultare taglienti e ho pensato di doverli smussare, solo un pochino. Ed ecco il nuovo terribile errore: seguendo la scorciatoia indicata da uno degli innumerevoli tutorial, dopo avere levigato quel tanto che secondo me bastava ho applicato, con fiducia cieca, uno spray acrilico trasparente. Nel video aveva funzionato alla perfezione, io invece devo avere sbagliato qualcosa (anche se ancora non ho capito quale cosa) e invece di una resina lucida e trasparente come in origine mi sono ritrovata con una resina costellata di aloni opachi: una vera schifezza. Ci sono voluti 3 giorni (3 giorni !!!) di lavoro per cercare di riportarla alle condizioni originali. Il risultato non è pessimo ma arrivata al livello di una sufficienza risicata ho deciso di accontentarmi perché stavo davvero cominciando ad odiarla.



Ed ecco infine Paciugo con la sua base resinosa paciugata proprio come lui. E’ ancora in attesa di consegna. A questo punto aspetto che torni Natale, ormai manca poco.





